La salute mentale nel XXI secolo affronta un cambiamento di paradigma storico, spinto dalla necessità di guardare oltre i sintomi superficiali. In un recente e rivelatore intervento rivolto ai professionisti della salute, il Dr. José Luis Marín ha posto l'attenzione sul trauma infantile, definendolo non solo come un evento puntuale di violenza, ma come una frattura strutturale nelle credenze basilari di sicurezza con cui l'individuo si affaccia al mondo. Secondo l'esperto, gran parte della sintomatologia che i professionisti riscontrano oggi negli studi sono le manifestazioni esterne di una ferita interna che non è mai riuscita a cicatrizzare.
Per il Dr. Marín, l'approccio clinico tradizionale ha commesso l'errore sistematico di trattare il sintomo come la malattia stessa, senza comprendere che il sintomo è, in realtà, una soluzione difensiva a un dolore insopportabile. Osservando i pazienti, il clinico spesso si ferma alla superficie del comportamento. Tuttavia, Marín insiste sul fatto che quella “ferita aperta” che viene diagnosticata come dipendenza da oppiacei o depressione maggiore è il risultato di un trauma non integrato. L'obiettivo della psicoterapia moderna, quindi, non dovrebbe essere semplicemente la soppressione del comportamento disfunzionale, ma il raggiungimento della reale cicatrizzazione dell'esperienza traumatica originale.
Questa frattura traumatica rompe quella che Marín definisce la “credenza di invulnerabilità”. Tutti usciamo di casa ogni mattina convinti che le tragedie accadano agli altri, un'illusione necessaria per la sopravvivenza quotidiana. Tuttavia, il trauma infantile distrugge questa convinzione, lasciando il bambino e successivamente l'adulto in un mondo che percepisce come disordinato, imprevedibile e privo di significato. Il paziente traumatizzato non soffre solo per ciò che gli è successo, ma per la perdita della sua capacità di sentirsi sicuro nel mondo, il che genera uno stato di allerta permanente che consuma le sue risorse biologiche.
Nella sua relazione, il direttore di Formazione Psicoterapia distingue chiaramente tra due categorie di trauma per orientare la pratica clinica. Il “Trauma Acuto o Tipo I” è quell'evento puntuale, come un incidente o un disastro naturale, che ha “voce sociale” ed è facilmente riconosciuto dall'ambiente. Tuttavia, la vera sfida per la psicologia contemporanea risiede nel “Trauma Complesso o Tipo II”, il trauma dello sviluppo. Questo non si manifesta sempre con grandi esplosioni di violenza fisica, ma è composto da esperienze meno intense ma ripetute e mantenute nel tempo, come la negligenza o l'abbandono.
“La denuncia dell'abuso sessuale infantile come una pandemia silenziosa”
Uno dei punti più critici e coraggiosi dell'intervento è stata la denuncia dell'abuso sessuale infantile come una “pandemia silenziosa”. Basandosi su dati ufficiali del Ministero della Sanità, Marín ha ricordato che una donna su quattro in Spagna ha subito abusi nell'infanzia, e che nell'85% dei casi l'aggressore appartiene all'ambiente familiare. Questa realtà rimane nascosta sotto uno strato di negazione sistematizzata. La società spesso evita di “aprire il vaso di Pandora” per la paura e il dolore che genera affrontare una verità così deludente. Questa negazione costringe le vittime a un lungo pellegrinaggio di diagnosi errate.
L'esperto ha anche messo in guardia sulle nuove forme di trauma proprie della società occidentale, ciò che ha definito l'“Abbandono del XXI Secolo”. Questo tipo di trauma relazionale precoce nasce dalla mancanza di sintonia emotiva tra genitori e figli. In un sistema in cui il successo professionale si scontra con i tempi biologici dell'educazione, i bambini sono spesso “installati” in un'infinità di attività extrascolastiche. Il bambino, che biologicamente ha solo bisogno di presenza, sguardo e sintonia, riceve in cambio beni materiali. Come sottolinea Marín, se un bambino ha bisogno di un abbraccio e riceve un oggetto tecnologico, si produce una profonda ferita di disprotezione.
La base di questo discorso è puramente neurobiologica. L'essere umano nasce con un cervello “in rovina” che si costruisce fisicamente attraverso la relazione con l'altro. Lo sguardo dei genitori, il tatto e il contenimento sono gli architetti delle connessioni neuronali. Se il legame si stabilisce dalla pace, l'adulto svilupperà resilienza. Se si costruisce dalla paura o dal dubbio, il cervello si organizza per la difesa costante, interpretando qualsiasi stimolo futuro come una minaccia. Questo “trauma relazionale precoce” è l'origine della stragrande maggioranza dei problemi che saturano gli studi attuali.
Marín ha introdotto il concetto chiave di “il saputo impensato”, riferendosi a quella conoscenza primitiva che il paziente possiede sul suo trauma ma che non sa come verbalizzare né pensare. Il lavoro dello psicoterapeuta consiste nel trasformare quel sapere muto in un racconto condiviso che permetta la guarigione. Per questo, è fondamentale che la clinica abbandoni la domanda del “cosa ti succede?” per concentrarsi sul “cosa ti è successo?”. Questa distinzione è, secondo lo psichiatra, un obbligo etico e legale per evitare la negligenza professionale.
“Il sistema sta trasformando reazioni adattative alla precarietà o al dolore in disturbi catalogati dal DSM.”
Verso la fine del suo intervento, il Dr. Marín ha mosso una critica frontale al modello della “psichiatrizzazione della vita”. Ha denunciato come il sistema stia trasformando reazioni adattative alla precarietà o al dolore — come la tristezza o la rabbia — in disturbi catalogati dal DSM. Etichettando un paziente con una “malattia mentale” per una protesta vitale, lo si condanna a una medicazione cronica che appiattisce solo le sue emozioni ma non cura la sua storia. Gli antidepressivi, secondo Marín, non curano; spesso creano stati mentali alterati che impediscono al paziente di connettersi con la radice della sua sofferenza.
Infine, il dottore ha lanciato un appello alla responsabilità professionale di psicologi e medici. Ha esortato a essere coraggiosi nel chiedere del passato e nel restituire al paziente la sua storia. La medicina del futuro passa attraverso la comprensione che l'infiammazione sistemica e la sofferenza psichica sono rami di uno stesso albero la cui radice si trova nell'infanzia. La guarigione non è un processo chimico, ma un atto etico di riconoscimento e riparazione della verità storica del soggetto. Solo facendo luce su ciò che per tanto tempo è rimasto nascosto, si può aspirare a una vera guarigione e libertà.